LA  LUNA DI VENEZIA

A volte sogno e realtà si mescolano in maniera confusa e tu non sai più cosa stai vivendo

 

di Lola Fox

 

Quel giorno lei compiva gli anni: sarei dovuto andarla a prendere nel pomeriggio per poi andare a festeggiare assieme.

Avevo però organizzato tutto senza dirgli nulla, per fargli una sorpresa più grande, la migliore che potesse ricevere per questo suo giorno festoso.

Ero in anticipo sull'orario di qualche mezzoretta, quindi nel primo pomeriggio decisi di andare a fare un sonnellino  per poi poter essere meglio riposato per la sera.

 

Ma arrivò la nebbia....

 

Quando improvvisamente si diradò. la strada si fece chiara davanti a me: una stretta e serpeggiante stradina di campagna dove non potevi che viaggiare a 30 km/h. Al mio fianco c'era la Luna, bellissima come non mai, che mi sorrideva felice trasmettendomi quelle strette al cuore tipiche di chi ha molte emozioni in corpo. I suoi occhi brillavano di gioia come brillano a chi ha gli occhi dell'amore. Sul sedile posteriore giaceva un mazzo di sette rose rosse, lunghe, profumate e vellutate, avvolte strette da un nastrino in una carta goffrata fucsia come il colore di questi caratteri, uno dei colori preferiti della Luna. Ad un dato momento l'auto si fermò, parcheggiandoci sull'erba tagliata a raso, all'ombra dei cipressi, quell'ombra di una fresca giornata di piena estate dove il sole alto ti scalda si, ma senza violenza.

Immersi nel silenzio più totale, rotto solo dai grilli, delle cicale e dal calpestio sulla ghiaia, con il mazzo di rose in mano entrammo a piedi nel grande cancello che portava all'Angelo Custode, l'angelo protettore che mi ha sempre protetto contro le quotidiane insidie della vita, che mi ha sempre consigliato su cosa fare nella mia vita, a cui sono sempre andati i miei pensieri privati. L'angelo a cui erano destinate le sette rose rosse e che mi aveva suggerito di andare a Venezia. Già, a Venezia. Ma perchè Venezia ? Dovevo festeggiare il compleanno di lei, perchè mai sarei dovuto andare a Venezia ? Cosa c'era ? Non lo capii perchè sopraggiunse ancora una fitta nebbia che mi confuse. Solo quando tornò a diradarsi noi potemmo ripartire.

Il motore dell'auto si accese e mano nella mano sorridendo alla mia Luna riprendemmo il nostro fantastico e un po' misterioso viaggio  verso Venezia. I km scorrevano veloci sull'asfalto, la musica suonava morbida nell'auto, le sue dolci parole facevano da contorno ai suoi occhi neri sorridenti e radiosi. Ci fermammo ancora 5 minuti solo perchè lei aveva sete: estrassi una fresca bibita dal mio frigobar e la bevemmo a quattro mani in un brindisi all'unisono, e poi di nuovo via ! Alle porte di quella grande città forestiera si fece di nuovo viva la nebbia. Un forte ed intenso banco ci avvolse ancora e tutto piombò nell'oscurità. Mi sentivo completamente perso: non sapevo dov'ero. Il navsat dava inspiegabilmente indicazioni sbagliate e le strade e gli incroci non combaciavano con ciò che mostrava il display. Sembrava che fosse come impazzito. Anche il contachilometri oscillava come un matto da zero a 100 come se battesse il ritmo della musica piuttosto che segnare l'effettiva velocità. Tutto era confuso e offuscato dalla nebbia e quindi dovevo guidare a passo d'uomo, svoltando a caso per i vari incroci.

 

Improvvisamente dal dal grigiore spunto una forte luce verde proprio innanzi a noi. Pareva una locanda o trattoria o ristorante, messa proprio li per noi. Sembrava una locanda fantasma: era praticamente vuota, come se  aspettasse esclusivamente noi. Una lontana musica proveniente dal suo interno rompeva il martellante silenzio facendo da sottofondo a quel vuoto locale che abbagliava solo di luce verde. Forse era un disco volante ? Decidemmo di fermarci a mangiare qualcosa: il viaggio lungo ci aveva messo fame. Trovammo parcheggio sul retro ma non credei ai miei occhi quando vidi il parcheggio praticamente pieno di auto. Dovetti manovrare parecchio per riuscire a collocare la mia in posizione corretta. Quello che non mi spiegavo era perchè un locale vuoto aveva il parcheggio pieno di auto. Dov'erano andati tutti se il locale era vuoto ? E soprattutto non capivo perchè il giardino del ristorante in cui era possibile mangiare all'aperto, non era collegante col parcheggio. Quindi sempre in mezzo alla fitta nebbia iniziammo il lungo giro esterno di circumnavigazione per cercare l'entrata principale. La trovammo solo dopo un lungo e incessante girovagare, e poi entrammo.

Sembrava davvero l'interno di un disco volante: era tutto vuoto e pieno solo di luce verde. Un po' per la soggezione e la paura di un posto tanto strano e misterioso non ci fermammo e proseguimmo per un lungo corridoio contornato di strani tavoli. Vuoti. Sempre dritto fino in fondo alla luce verde arrivammo al giardino sul retro. Non riuscii a dare un tempo a tutto ciò, oltre a non sapere minimamente dove ci trovavamo. Tentai una bassa risposta guardando l'ora: forse da essa potevo capire qualcosa: se non altro quanto tempo era passato dal pomeriggio. Ma l''orologio aveva perso il suo battere come se il tempo si fosse davvero fermato. Sgranai ripetutamente gli occhi fissi sul quadrante ma non vi erano le lancette. Un brivido mi percorse lungo il corpo. Era impossibile ma il tempo davvero si era fermato. Iniziai ad avere davvero cercando un aggancio guardando la Luna che avevo di lato al tavolo lei mi sorrideva come se mi volesse rassicurare. Forse era lei che aveva fermato il tempo. O forse tutto ciò era correlato a chissà quale misterioso fenomeno magnetoelettrico connesso coi campi magnetici terrestri e con la nebbia ?

All'arrivo della cameriera, una ragazza col pancione grosso grosso segno dell'imminente nascita del figlio, ebbi una idea: forse parlando con lei avremmo capito dal suo accento dove ci trovavamo. Ma tutto si vanificò quando senza nulla dire ci diede i due librettoni del menù. Sembrava davvero che non volesse parlare con noi o forse noi per lei eravamo solo troppo sconosciuti. O forse era solo  parte integrante di tutto questo mistero che il locale trasmetteva. Aprimmo il menù ma ancora un brivido mi scorse giù per la schiena: le pagine erano tutte bianche. Ma cosa diavolo voleva dire? Guardai ancora la mia Luna e lei continuava a sorridermi. Ero confuso e non ci stavo capendo nulla. Ad un dato momento lei iniziò a leggere: primi, secondi, pizze, dessert, bevande... Ma cosa stava leggendo se il menù era tutto vuoto? Guardandola mi accorsi che aveva gli occhiali da vista. E allora ? Li avevo pure io ma le pagine sempre vuote erano. Iniziai a sospettare che forse i suoi occhiali erano speciali, truccati come il motore dello stesino, un mio vecchio motorino di quando avevo 15 anni.

Da ciò che leggeva non trovammo praticamente nulla di buono a base di pesce. Così riparammo con un filetto di carne, verdure e un buon vino. Ma al momento del dessert, la mia Luna rifiutò ogni tipo di dolce chiedendo un liquore speciale: ma che strano... lei era sempre così dolce che sembrava quasi un controsenso rifiutare proprio... un dolce. E perchè mai poi ordinare quello strano liquore dall'impronunciabile nome a metà tra un codice postale e un parola convenzionale, una parola d'ordine o una password? Che liquore era? Che intruglio poteva essere? Sembrava quasi la magica parola di un rito fatato, come se tra streghe ci si accordasse per la pozione da portare. E se fosse stato io il predestinato al rito ? Cosa stavo rischiando? Rifugiai tuttavia ogni dubbio e ordinai una crema catalana. La cameriera mi guardò sempre in silenzio e senza una mossa se ne andò. Sembrava quasi d'accordo con la mia Luna per preparare chissà quale strana alchimia. Dopotutto io non avevo letto nulla dal menù. Aveva letto tutto la Luna. E se fosse stata d'accordo con quella strana ragazza in cinta e completamente muta per chissà quale rito?

Arrivarono liquore e crema ma la mia Luna mi impedì di raggiungere il cucchiaino: lo prese lei e iniziò a rompere la crosticina caramellata della crema catalana, come se il rito magico fosse già iniziato. Io la guardavo sempre più con stupore senza capire cosa stesse tramando. Spaccò il caramello di superficie in tante piccole briciole e dopo avere assaggiato il primo boccone, mi porse il secondo. Poi ne prese uno per se e poi ancora uno per me. Poi di nuovo uno per me, poi lei, poi me e ancora me. Mangiai ben oltre la metà della crema, abbagliato dal suo magico fare. Non riuscivo a reagire. Non riuscivo a porre domande. Sembravo incantato. Ero abbagliato dai suoi occhi neri e profondi, truccati all'insù. Proprio da strega. Mi sentivo strano. Arrivò di nuovo la nebbia. Cosa mi stava succedendo ? Dov'ero ?

 

Solo quando per l'ennesima volta se ne andò potemmo ripartire per Venezia: dopotutto era la che l'Angelo Custode aveva detto di andare. L'auto nella notte sembrava sapere da sola dove andare. Io avevo anche rischiato di sbagliare strada, ma l'auto sembrava sapesse dove dirigersi, evitandomi di curvare per gli incroci errati. Fino a che ci ritrovammo nel grande parcheggio. Ovviamente deserto. La sbarra magicamente si alzò, permettendoci di entrare, ci diede automaticamente un biglietto d'ingresso e poi si richiuse alle nostre spalle, impedendoci di tornare indietro. Mi sentivo come se fossi stato sempre più preso in trappola anche se non ne capivo i rischi. Parcheggiammo lì, subito a destra nel 3 buco vuoto, che sembrava proprio attendere noi. Ed infatti in tutto il parcheggio c'erano solo altre due auto. Cercai ancora spiegazioni di tutto ciò in ciò che avevo tra le mani: il biglietto d'entrata aveva una grande S simile al segno del dollaro $ ma riflesso sul piano orizzontale. Una $ vista allo specchio. Uno strano simbolo, forse correlato ancora una volta ad un magico sortilegio. A fianco dello strano simbolo solo 3 parole: Venezia Tronchetto Parking. Bah... che strano nome... Sbirciai anche il codice a barre sotto, domandandomi se anch'esso fosse stato una sorta di magica sequenza di numeri o barre. Spaesati ci spostammo e cercammo l'uscita pedonale. Era tutto pieno di porte tagliafuoco ma nessuna portava all'uscita pedonale. Aperta l'ennesima, ci trovammo in un locale cieco, vuoto, con una grossa apertura laterale sul pavimento nella quale a fatica si intravvedeva il fondo. Per raggiungere il quale, c'era una scaletta metallica verticale simile a quelle di servizio per salire sugli alti pali dei riflettori degli stadi da calcio. Chissà dove portava quell'apertura sotterranea ? Cosa mai ci fosse stato la sotto ?

Tornammo indietro e finalmente individuammo il collegamento verso l'uscita del parcheggio. Che in realtà non era l'uscita del parcheggio ma la continuazione del parcheggio stesso. Un parcheggio a forma di corridoio lungo lungo quasi infinito, che portava verso la laguna. Un interminabile parcheggio corridoio deserto dove il silenzio la faceva ancora da padrona, come fuori dal ristorante verde. Solo le luci dei neon erano tutte accese come se fossero li solo per illuminare noi due e nessun altro. Guardai ancora l'orologio ma mancavano sempre le lancette. Il tempo era ancora fermo. Giungemmo alla laguna e all'imbarcadero: deserto. Sembrava tuttavia che tutto fosse pronto, in attesa che succedesse qualcosa. Anzi, che questo qualcosa era già iniziato fin dal ristorante verde.  Come se qualcosa di irreale stesse per realizzarsi. Dall'altra parte del larghissimo canalone della laguna c'era una enorme nave da crociera ormeggiata, grandissima e altissima. Forse più di un palazzone di 10 piani. Era tutta completamente illuminata con la fila di luci di bordo sagoma che da centro prua andavano a centro poppa passando dal centro dai fumaioli. La cosa più incredibile era ancora il silenzio. Sebbene fosse distante 100 metri circa, non giungeva nessun rumore, come se la nave fosse fantasma. Forse lo era davvero, o forse io ero in un posto fantasma.

Cercammo indicazioni per la biglietteria automatica: invano. Non c'era nessuna biglietteria. Ne manuale e ne automatica. E nemmeno indicazioni. Solo un surreale e totale silenzio. E il buio della notte, interrotto dalle luci dell'imbarcadero che ondeggiava a ritmo di marea. Interrotto dalla nave fantasma alla fonda. Interrotto dalle luci in lontananza della città lagunare, probabilmente fantasma. Dopo un po' mi ritrovai vicino un passante: non capiii da dove fosse sbucato, tutto era deserto. Aveva delle strane cassette che depositò a terra sul pavimento ondeggiante in attesa del battello. La mia Luna gli chiese della biglietteria ma lui disse che tutto veniva fatto a bordo, che era di Venezia e che lui non era contento di stare in questa città. Che se avrebbe potuto se ne sarebbe andato subito. Mi chiesi il senso di queste parole: forse Venezia prima ti prende, poi ti strega e infine ti rende suo schiavo non permettendoti più di andartene ?

Il battello fracassone arrivò, ci imbarcò e borbottando, ripartì. Subito il bigliettaio mi diede 2 biglietti di viaggio: due tagliandi verdi. Lo stesso verde del ristorante nella nebbia. Vi era una bizzarra scritta: ACTV. Forse era un ulteriore segno del fato, un ennesimo messaggio criptato che ti metteva sul chi va la. Un misterioso presagio: ACTV forse come "Attento Che Ti Vuole", un altro avvertimento che Venezia ti rapisce e non ti lascia più. No, non può essere. Tutto ciò è pazzesco. Ma dove sono davvero ? Qual'è il significato di tutto ciò?

 

SENZA TEMPO: paesaggi incantati

La Giudecca col buio sembrava ancora più grande. E poi San  Basilio, che con le tenebre prendeva quell'incredibile enigmatico alone, la Basilica del Redentore e San Giorgio, illuminate dai grandi fari davano una visione onnipotente e onnipresente sulla laguna. Infine San Marco, che con le tenebre sembrava quasi volesse raccontarti i segreti di migliaia di anni di storia. Scendemmo a San Zaccaria, e mano nella mano, passando a fronte del Ponte dei Sospiri, arrivammo nella piazza centrale veneziana. La torre della basilica dei mori non aveva nessun orologio, segno evidentemente che il tempo era ancora fermo e da li Venezia iniziò a raccontarsi. Non prima che, nelle vesti di un operatore del palco allestito per il balletto ci segnalò ridacchiando che stavamo andando dalla parte sbagliata. Dalla parte sbagliata ? Perchè ? Cera forse un tragitto predestinato ? Chi aveva organizzato tutto questo ? Al solo pensiero l'ennesimo brivido mi scorse per la schiena. Guardai la mia Luna cercando ancora spiegazioni nel suo sguardo ma lei continuava a sorridermi. Forse sapeva già tutto fin dall'inizio.

Passeggiavo mano nella mano, prendendo calli a caso: i nostri occhi erano impegnati a parlarsi... A sorridersi... Mano nella mano prendemmo calli, ponti, poi un altra calle, poi un altro ponte, poi un rio, un sottoportego un altro ponte ancora, un campo e una salizada. Il silenzio era incredibilmente irreale. Continuo. Incessante. Gli scorci cittadini che via via si susseguivano innanzi a noi ad ogni svolta, davano una visione sempre nuova e inaspettata della città. Piazzette dove il tempo sembrava essersi fermato,  canali sormontati da ponti che visti di profilo sembravano tutti in fila. Ponti assolutamente deserti come se stessero aspettando solo noi, cieche calli che con tre scalini immettevano direttamente in inaspettati canal, sotto inaspettati ponti, dietro inaspettati angoli tra inaspettate case in cui nessuno sembrava respirare o dormire o abitare. Solo i vasi dei fiori fuori dalle finestre testimoniavano la vita umana, probabilmente celata dai sonni notturni dei veneziani di laguna.

Improvvisamente, nel nostro lento e costante procedere a passeggio, si aprì davanti a noi ancora la grande laguna con Murano dietro San Michele dietro gli imbarcaderi di Fondamente Nove. A destra la calle continuava verso un enorme ponte a larghe scale dalla cui cima era possibile sentire tutta la brezza notturna della laguna estiva delle calende di luglio. In quella sosta si incrociarono mille sguardi, mille sorrisi, mille emozioni, mille sensazioni, mille parole, mille promesse, mille abbracci, mille baci accarezzati anche dal vento di luglio che soffiava delicato. Ancora ulteriori quattro passi e quasi in un baleno, calle dopo calle, campo dopo campo, intravedemmo il maestoso Canal Grande, da cui potemmo poi riprendere il battello di ritorno al parcheggio, sottopassando un susseguirsi di ponti, cavalcavia fluviali e teleferiche a monorotaia le cui ombre davano ancora più magia a tutta l'atmosfera. Di nuovo al parcheggio fantasma, lungo lungo, deserto deserto, illuminato illuminato.

 

Il motore si riaccese di nuovo e l'auto riprese a muoversi a caso per le strade adiacenti. Sapevo dove mi stesse portando: me lo aveva suggerito l'Angelo Custode. Ma l'orologio del cruscotto era sempre spento. Attraversammo tutta la zona industriale  portuale di Marghera fino al giardino incantato di Fusina, che nel cuore della notte è ancora più spettrale ma tanto affascinante. Li si sarebbe dovuto compiere l'epilogo finale della lunga Serenissima notte. Così aveva sancito l'Angelo Custode.Il giardinetto di Fusina sembrava incantevole tra buio, solitudine, isolamento, affacciato così spudoratamente in laguna. Anch'esso era li ad aspettare solo noi. Noi... Io... col mio apparente disprezzo verso ciò che non mi apparteneva, verso cioè un codice della strada teoricamente uguale per tutti che imponeva regole di parcheggio uguali per tutti. No, niente più regole di parcheggio per questa notte che sta quasi scappando e entro breve tutto si compirà. Niente più regole stradali uguali per tutti. Questa notte io non sono come gli altri. Lasciammo l'auto lì al limite del giardinetto, in zona off-limits se solo fosse stato giorno. Presi per mano la mia Luna, presi il resto e corremmo verso l'angolo più remoto del giardinetto, quello più affacciato sulla laguna. L'angolo più in mare era anche quello più lontano dal nostro mondo reale, da cui quasi fuggivamo, l'angolo in cui compiere il rito finale. Estrassemmo le fragole, deliziose, fresche, squisite, e con un unico rosso cucchiaino iniziammo a mangiarle, imboccandoci a vicenda come se ognuno di noi avesse il compito di nutrire l'altro. A turno, gnamm... Una fragola io e una lei, una io e una lei... fino alla fine. Poi, tzzz... il tappo del Rotary Rosè schizzò. Fuori i calici in cristallo azzurro e quindi, sotto una luna piena che scaldava la laguna, una luna parecchio sorridente, facemmo un brindisi alla mia di Luna. Sotto la nostra luna veneziana di fragole veneziane e spumante veneziano.

Prima di venir via dall'ultimo dei posti incantati e magici, lasciai nell'angolo del giardinetto la testimonianza del nostro amore: un cartellone scritto a vernice rossa "I love pupa" perchè tutti dovevano sapere cosa era successo in questa magica notte. Tutti dovevano sapere quanto la mia Luna fosse importante per me. tutti dovevano sapere cosa avevo da urlare al mondo. Un enorme brivido mi pervase, un forte calore si levò dal mio cuore che batteva forte. Tutto si trasmise fino al mio polso sinistro anch'esso battente. Non capii e lo guardai stupefatto: l'orologio al mio polso aveva di nuovo le lancette che segnavano le 4:30. Il tempo aveva ripreso a scorrere. Tutto stava finendo. La notte volgeva al termine. Il rito si era compiuto. Così come Cenerentola in lotta contro la mezzanotte, io altrettanto lo ero contro l'alba. Tutto si sarebbe per forza dovuto compiere prima che la luce del giorno risalisse all'orizzonte, altrimenti la mia Luna come avrebbe fatto a risplendere ?

L'ennesimo avviamento dell'auto che rifece tutta la strada a ritroso verso casa, tanti km di asfalto sotto le ruote, per poi rientrare e preparare finalmente un gustoso primo piatto alla mia Luna, tanto affamata dalle lunghe camminate per calli. Un primo piatto meglio di cento colazioni di cappuccini e brioche. Un po' di riposo e poi via di nuovo verso la sua casa in campagna, da dove tutto era partito. Ma proprio subito dopo che la lasciai, ritornò di nuovo la nebbia. Questa volta fortissima, fittissima, come non mai, impossibile per vedere qualsiasi cosa. E fu proprio a causa di essa, che ad un semaforo, un tir senza nessuno alla guida proveniente da sinistra, passando col rosso, per poco non mi prendeva in pieno. Negli istanti che seguirono, per lo spavento mi prese una strana emozione alle gambe, poi alle braccia e infine anche alla testa e in tutto il corpo. I miei occhi sprofondarono persi nella nebbia che mi avvolgeva. Riuscii a capire qualcosa solo quando con grande fatica riaprii gli occhi: mi trovavo nel mio letto, solo. Buttai lo sguardo al cielo laddove l'orologio, senza lancette ma con i display digitali, proiettava l'orario: le 15:30. Mille domande invasero il mio frastornato e ancora rincoglionito cervello. Accidenti, ma quanto avevo dormito ? E il compleanno della mia lei che ne era stato ? Perchè non mi aveva telefonato nessuno ? Dov'era il mio cellulare dato che sul comodino non c'era ? Forse non lo avevo sentito oppure era spento? O forse avevo sognato tutto, anche il compleanno della mia lei? E la Luna di Venezia? Che ne era di quella incredibile notte, dei suoi occhi neri, del ristorante verde, delle sigle misteriose sui biglietti, la nave fantasma, le calli, il rito al giardinetto con le fragole e lo spumante, la cenetta a casa mia, il tir senza nessuno a bordo... Ma che cosa avevo preso prima di dormire, che non ci capisco nulla? Anzi... qualcosa capisco, ricordo. Qualcosa di un sogno che mi è rimasto dentro... La notte... La luna... Il silenzio... Venezia e le sue calli deserte... I suoi occhi... Il suo sorriso... La mia Luna...

Ma che razza sogno è stato...!!!...

LOLAfox - VENTIsetteLUGLIOduemilaDIECI